Prosodia, metrica e poesia moderna di Rodolfo Vettorello – seconda parte

 

Rodolfo Vettorello

Poesia, metrica e poesia moderna – seconda parte

Personalmente amo molto la Poesia di Eugenio Montale e condivido con lui l’idea che questa forma di arte si scriva in versi, cioè che il senso della scrittura verticale tipico della Poesia trovi la sua ragione nel concetto di verso.

Non quindi frasi poetiche qualunque, magari con sonorità sbagliate e degli “a capo” del tutto casuali, ma frasi che per potersi chiamare versi abbiano lunghezze sillabiche prestabilite e conseguenti  accentuazioni corrette.

Per dare un piccolo contributo alla comprensione della forma chiusa più conosciuta della poesia classica, devo fare alcune precisazioni sul sonetto, una delle poche forme che sopravvive anche ai nostri giorni con tanti estimatori e specialisti, tanto è vero che esistono alcuni concorsi poetici specifici, che chiedono questo tipo di prodotto.

Si tratta della forma poetica più complessa e difficile per gli obblighi metrici severi e per i troppi validi esempi classici con cui confrontarsi. Si pensi solo a Petrarca, a Dante o a Foscolo.

E’ una composizione di 14 endecasillabi divisi in un fronte formato da due strofe di quattro versi cadauna e di un sirma costituito da due terzine. A volte è ammessa una coda di due versi aggiunti, che fa chiamare il componimento sonetto caudato.

Nelle due quartine i versi rimano tra loro a rima alterna o a rima incrociata, cioè secondo lo schema ABAB o ABBA; le terzine ammettono una maggiore variabilità di rime, le più usate sono del tipo CDE, CDE o CDC, DCD, o ancora CDE, EDC o altre.

La difficoltà maggiore consiste nel mantenere una coerenza di significati a fronte dell’obbligo di trovare quattro più quattro parole in rima, compatibili con quello che si intende dire.

Resta da considerare che oltre a rime complesse e difficili da reperire ne esistono, per i meno abili, di più facili: ad esempio gli infiniti dei verbi delle varie coniugazioni, rime in -are, -ere o -ire. Esistono altre rime semplici tra i diminutivi di quasi tutte le parole, arrivando alla finale in -ino o -ina.

Porterò degli esempi di sonetti, ma solo con l’intento di incuriosire, senza dunque la pretesa di indirizzare qualcuno verso questa tipologia poetica. Ecco quindi un sonetto di Dante, uno di D’Annunzio e uno mio.

Il primo è quello che il Poeta fiorentino dedicò a Beatrice nella Vita Nova, (“tanto gentile e tanto onesta pare/ la donna mia quand’ella altrui saluta….). Pur essendo Dante anche un abilissimo verseggiatore, nel caso specifico sceglie, tra le altre, rime “facili”, come le finali dei verbi all’infinito della prima coniugazione.

Il secondo sonetto, quello di Gabriele D’Annunzio intitolato “La Parola”, dal Poema Paradisiaco,

(“parola che l’amor da la rotonda / bocca mi versa come unguenti e odori;/parola che dall’odio irrompi fuori…) mostra la capacità istrionica dell’autore di far sparire la cadenza delle rime, peraltro difficili, all’interno di significati interversali, cioè di enjambements che obbligano a una forte compressione delle pause di fine verso.

Il terzo sonetto, che ho scritto io, intitolato “Il Pappagallo Verde e la Valigia Gialla” non ha pretese di confronto naturalmente, ma serve unicamente a mostrare come la difficoltà di reperire le rime giuste per esprimere ciò che si vorrebbe, obblighi a percorrere altre strade, sull’onda di rime occasionali, finendo con l’approdare a un sonetto scherzoso, magari gradevole ma lontano dalla primitiva intenzione.

Un’altra forma chiusa della poesia classica è la terza rima. Conosciuta per essere il metro della Divina Commedia e non solo perché ampiamente usata da Pascoli e da poeti più recenti, come mi pare la Valduga.

Si tratta di composizioni generalmente composte da terzine di endecasillabi, che rimano in modo incatenato secondo lo schema ripetitivo e ripetuto ABA, BCB, CDC, DED etc. all’infinito.

Risparmierò di parlare dell’ottava rima di tipo ariostesco, basterà dire che trattasi di sequenze strofiche di otto endecasillabi, i primi sei a rima alterna e i due ultimi e conclusivi a rima baciata, secondo lo schema AB, AB, AB, CC.

 

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