Maria Giovanna Bonaiuti

Il risveglio della letteratura ungherese dopo il 1956 – di Maria Giovanna Bonaiuti

 

Dopo la rivoluzione in Ungheria del 1956 fino a tutti gli anni “70, c’è un nuovo risveglio libertario dopo  il socialismo staliniano.

Benché  la lirica la faccia ancora da padrona il romanzo diventa sempre più rilevante, tantoché non c’è un anno in cui non ce ne sia uno pubblicato che abbia una grande risonanza e importanza.

Una tendenza  degli scrittori verso il socialismo di stato è ora pressoché assente. Solo la critica ufficiale, cerca, in tutti i modi, di far passare ogni nuova opera per socialismo ideologico post stalinista.

In realtà il panorama letterario ne è del tutto svincolato. E’ di questo periodo anzi, il primo tentativo con Moldova “Hitler in Ungheria”, il primo tentativo di romanzo satirico politico che si presenta sulla scena.

Abbandonato il dogmatismo degli anni dell’immediato dopoguerra stalinista, si ha una nuova prospettiva, sia dal punto di vista del contenuto, che strutturale. Si innalza il valore letterario, con una maggiore duttilità,seguendo nuove tendenze europee.

Ci sono scrittori impegnati  nel nuovo genere di evasione, come Berkesi, molto popolare e seguito dai lettori. La rivoluzione del 1956 costituisce un nuovo punto di confine e rinascita nel panorama letterario.

Per i giovani magiari si va verso una sorta di”68”, in una mistura di rifiuto dello stalinismo e una nuova visione anche critica degli effetti del socialismo, che descrive una nuova realtà in bilico tra Unione Sovietica e occidente, ambientando storie attuali nelle periferie più popolari di Budapest, una sorta di Tor bella monaca, Testaccio. Sono periferie  estreme  quasi simili al neorealismo di Rossellini.

Troviamo tra i più significativi esponenti di questa epoca Szabò Magda, la cui opera non è permesso di pubblicare fino al 1958, grazie al sostegno di H. Hesse e all’assegnazione di un premio letterario. I suoi scritti  come “Affresco”, “Danaide” e “la Ballata di Iza” per la prima volta narrano con sensibilità e al di là di ogni obsoleta retorica, del destino delle donne chiuse spesso in vecchi pregiudizi e costrizioni familiari. Si parla delle loro storie, delle loro relazioni, portando un tratto di innovazione.

E’ una scrittrice intimista  e di raffinata emotività, che percorre con profondità e maestria la vita di questa nazione in ogni suo aspetto,anche quelli un tempo censurati.

Ci sono altri autori che in questo tempo si affacciano sulla scena letteraria ,come Ferenc Kharinthy, che si occupa del nuovo problema sociale e culturale dei contadini rapidamente e malamente urbanizzati e del loro disagio.

Da ricordare anche Gyula Fekete  con “Morte di un dottore” Lajos Galambos e Ersebet Galgocsi, che si occupano della chiusa società dei villaggi, in cui c’è stato solo uno sviluppo economico e non sociale.

Grande protagonista  è Fejes Endre  scrittore  innovativo che sa leggere il nuovo aspetto di questa realtà nascente, quella, cioè del mondo operaio delle grandi periferie di Budapest, cresciute in maniera esponenziale, inglobando in sé il disagio di chi in realtà non è stato in grado di trovare il suo posto concreto, continuando a vivere in effetti al di fuori dello stato socialista.

I personaggi di questo scrittore appartengono alle bidonville budapestine senza speranza di riscatto, prendendo connotati  poco “di regime”, e certamente non celebrativi. Per questa sua visione l’autore è avversato dalla critica perché accusato di non rispecchiare nei suoi scritti la classe operaia lavoratrice, ma solo sognatori, individualisti,occupati solo a realizzare se stessi.

Tra le sue opere ,imbevute di disperazione e lirismo ,troviamo”Bugiardo”, un piccolo poeta di favole, che mente per sopravvivere nel mondo insensibile della fabbrica e della sua rozza famiglia,“un amore pulito”, “Il cimitero della ruggine”, deposito squallido di ogni genere di carcasse di ferro. Qui viene ucciso un uomo. L’assassino si rinchiude in un silenzio ostinato e l’autore cerca nell’esame di Janòs, il protagonista, quelle ragioni che egli stesso non vuole dare.

Il capolavoro di Fejès è però “Buona sera estate,buona sera amore”, romanzo di grande successo da cui è stato tratto un film ed esiste anche una edizione teatrale.

E’ un affresco della solitudine e del male di vivere di Vitòk Edman,giovane  ed insignificante operaio,la cui unica caratteristica è la sua perfezione nel lavoro, che vive nel quartiere Ferèncvaròs di Budapest, chiuso in una solitudine inaccessibile.

Un ragazzo la cui unica descrizione consiste solo in”vestito di azzurro scuro”. La storia si svolge negli anni sessanta  e prende spunto da una brutta vicenda di un assassinio, ancora una volta.

Il protagonista si finge un diplomatico straniero e spende in una sola sera il magro stipendio, per affascinare belle donne, vivendo in assoluta miseria per tutto il resto del mese. Alla fine una delle sue conquiste si accorge dell’inganno e lui la uccide.

Questo personaggio è l’emblema della incomunicabilità ed emarginazione  di un consistente strato della popolazione lavoratrice ,che non è riuscita ad integrarsi nella nuova e “gloriosa”realtà socialista. E’ un disadattato, che vagabonda per la città come uno straniero e il suo gioco mortale comincia per caso e lo porta di ragazza in ragazza fino all’inesorabile finale.

Forse è un eroe potenziale che una fatale solitudine e incomunicabilità sociale, unita ad una intrinseca debolezza, lo conduce passo passo alla follia omicida.

Il fascino di questo mondo letterario,per quanto comunque sempre considerato minore è grande. Fejès ne è uno dei più originali rappresentanti. Per certi versi, nascosto in questa periferia anonima e crudele, troviamo il Dostoevskji migliore di “umiliati ed offesi”, “I fratelli Karamazof” e “L’idiota”, trasferendo nella società russa del 1800, così piena di contraddizioni e spesso ingiusta, nella nuova realtà nata dalla fine dello stalinismo e soprattutto dalla rivoluzione del 1956, contraddittoria, comunque foriera di una nuova libertà.

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