Maria Giovanna Bonaiuti

Poesia ungherese – di Maria Giovanna Bonaiuti

Cenni biografici

Maria Giovanna Bonaiuti è una persona che colpisce per profondità e garbo. La strada della poesia sembra inevitabile per questa artista, che ha collezionato, nel corso della sua lunga e prestigiosa carriera, innumerevoli premi e riconoscimenti da tutta Italia.

Tre lauree, Lingue e letterature Straniere, Lettere Moderne e al DAMS di Bologna, traduttrice di testi letterari dalla lingua ungherese, Maria Giovanna Bonaiuti ha scritto quattro libri di poesie: “Il mio mezzo mandarino. Per amore del sindaco di Bracconigi”, “Solo per te. Ricordando l’albero del basilico”, “Il silenzio del giardino segreto” e “La panchina innamorata”.

Instancabile, ha anche firmato un romanzo, intitolato “Il sogno di Aimone”, ambientato tra Maremma e Ungheria. Ad ispirare questa artista è spesso la natura, un mondo in cui rifugiarsi e ritrovare un equilibrio.

Una panchina, nei pressi di Fermo, sua città d’adozione, riveste un ruolo importante. Qui Giovanna è solita sedersi e annotare sensazioni e idee, appunti che permetteranno ad altri versi e storie di prendere vita.

Poesia ungherese

Molti anni fa,ma credo ancora sia così,vigeva una insolita divisione tra letterature europee,tendente a classificare quelle dell’Europa dell’est come “minori”, eccezion fatta per la “grande” letteratura russa ,con i suoi ineguagliabili scrittori quali Dostojevsky, Tolstoy, Puskin, Checov, Turgenev.

Come accaduto anche in altri paesi,un vero risveglio poetico nasce con il romanticismo e il risorgimento,quando quando il popolo insorge alla ricerca della

Sua indipendenza sia politica che culturale.

Troviamo anche esempi originali ,seppure un po’isolati anche nei secoli precedenti al 1800, per esempio i canti dei ribelli settecenteschi “Kuruc” del principe Ràckozi.

Nel secolo successivo assistiamo all’uscita del poema  nazionale (come d’altronde accade in altri paesi  come l’Estonia) “La tragedia umana” di Imre Madàc, ambizioso affresco della nascita dell’uomo.

Questo non è un caso.

In Ungheria,come anche nella Russia zarista e anche altrove,c’era un abisso linguistico,oltre che sociale,tra i nobili e i colti che parlavano tedesco e il popolo che parlava ungherese.

Così sorge l’Accademia d’Ungheria (attiva per anni a seguire, dato il forte attaccamento e orgoglio degli ungherese per la propria lingua)che, a tavolino dovette “inventarsi” vocaboli, invero numerosi, che mancavano nel lessico, costituito in particolare da termini riguardanti l’agricoltura.

Il risveglio comincia da qui e poi travolge ogni aspetto della realtà come un fiume in piena con la guerra ungherese per l’indipendenza dall’Impero Austriaco, fino a giungere alla doppia corona.

Sono protagonisti  spesso anche poeti come Petofi, Arany, Vorosmartyin questo cambiamento storico .

È nel Novecento però,che la poesia ungherese entra a pieno titolo nel mondo letterario europeo, anch’esso in pieno fermento, con la fondazione della rivista Nyugat (Occidente), 1908, e del movimento poetico che la circonda, creando un vero e proprio movimento.

A volte questi poeti sono “maledetti”.

Ady Endre, bruciato, da una passione quasi demoniaca, rovente in lotta con il suo lato lirico,ne è un tipico esempio. E’ tutto e il contrario di tutto: magnanimo e spilorci; alcolizzato fino al delirio. In fondo il prototipo del “magiaro” nel suo eterno e dilaniante  conflitto  tra oriente e occidente.

In questi anni  troviamo un’altra figura di spicco della letteratura ungherese, Deszo Kostolany, intimista, nelle cui liriche dilagano emozioni, stati d’animo incontrollate, nell’atmosfera di una melanconia autunnale, colma di indecifrabile nostalgia,in cui ognuno si può ritrovare, in qualche angolo del cuore.

Spazia dalla poesia dei colori, dove la madre è oro e la sorella azzurro, in una serie di suggestioni impressionistiche fino alla dolcezza struggente di “mia sorella è fidanzata alla morte”.

Il suo è il mondo luminoso e opalescente del fanciullo triste.

Espressione  forte e combattiva di questo periodo che arriva fino alla seconda guerra mondiale  è Attila Jòzef.

In questa nuova stagione di poesia ungherese rappresenta la nascente lotta politica tra l’affermazione del comunismo e il nascere delle grandi dittature europee.

Il poeta è comunista ed anarchico si trova a vivere nel regime di Horthy, presto alleato del nazismo. In questa  sua lotta politica si innesta nel suo animo, insolitamente  anche una forte componente  di lirismo, che si esprime in quei momenti intimisti come quella luce di speranza che per lui viene rappresentato dall’incanto  del bucato “azzurrato di bianco”, che la madre stende ad asciugare al sole,quasi un’ancora di salvezza.

Stretto tra i muri della sua solitudine  disperata  e delle sue battaglie,a volte incomprese dal suo stesso partito, per l’Ungheria  libera, finirà, neppure quarantenne

Suicida sotto un treno,proprio alla vigilia di quella catastrofe epocale  europea che trascinò alla guerra e all’olocausto.

Mi  piace ricordarlo in una delle sue poesie,che io ho tradotto per una rivista letteraria, “Canto di primavera”, in cui prorompe passionale e invita la sua voglia di vivere.

Canto di Primavera

Questo che ho scritto è un piccolo cameo della letteratura ungherese, ricca, colma di grande poesia, che da emozioni e sensazioni profonde.

E vorrei chiedervi ora: “la letteratura ungherese è veramente minore?”